FANTASTICO SEAN, come iniziare bene il 2018. Guarda il video.

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FANTASTICO SEAN

FANTASTICO SEAN

Comincia il 2018, un anno importante e il video messaggio di Sean aiuterà molti di noi a vivere meglio, se impareremo dal suo modo di affrontare le difficoltà.

Grazie Sean ci dai un esempio che neanche la persona più bella ed intelligente potrebbe forse darci,

UN BACIO FORTE. 

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TTIP e CETA: i due trattati che allarmano i piccoli imprenditori europei

TTIP e CETA: i due trattati che allarmano i piccoli imprenditori europei.

AIUTATECI A FERMARE QUESTI 2 TRATTATI CHE MASSACRERANNO LA PICCOLA E MEDIA INDUSTRIA ITALIANA. IL M5S è L’UNICO CHE VI STA DICENDO COSA STANNO FACENDO ALLE SPALLE DELL INDUSTRIE ITALIANE. IL 4 MARZO POTETE DARE UN SEGNALE FORTE, SCEGLIENDO IL M5S.

IL TTIP SIAMO RIUSCITI A FERMARLO, ANCHE SE NE STANNO PREPARANDO UNO MODIFICATO MA CHE FAREBBE GLI STESSI DANNI.

Tra ripensamenti e spaccature nell’Ue, i trattati di libero scambio tra Usa e Ue (TTIP), e Canada e Ue (CETA), vanno avanti. Per il CETA stanno facendo una corsa sfiancante per la sua ratifica. La Campagna StopTTIP spiega retroscena e pericoli di entrambi.

TTIP e CETA sono talmente intrecciati tra loro, intricati in immensi interessi economici, sociali, occupazionali, di salute e alimentazione, che trovarne il bandolo della matassa non è facile. Monica di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP, fornisce aggiornamenti sul futuro del commercio occidentale.

Aggiornamenti sul TTIP. Dal 3 Ottobre, i negoziatori Ue e Usa si riuniscono a New York per la 15° volta, con lo scopo di scrivere una versione, seppure “alleggerita”, del TTIP: l’accordo di libero scambio per il commercio e per gli investimenti tra Unione Europea e Usa che, nei desideri dei governi di entrambe le parti dovrebbe creare la più vasta area commerciale esistente, capace di contrastare l’esuberanza dei mercati asiatici (Cina e India in primo luogo) e che vale la metà del Pil e 1/3 del commercio mondiali.

L’opposizione dei sindacati e piccoli produttori. Un negoziato, in corso dal 2013, che ha scatenato nei paesi dell’Unione l’opposizione di sindacati, piccoli produttori e associazioni, unitisi nella Piattaforma StopTTIP, in polemica con l’impostazione stessa del trattato.

Tra i contenuti più problematici del TTIP c’è l’introduzione di un arbitrato internazionale, l’ISDS, che consentirebbe alle imprese di muovere cause per “perdita di profitto” contro i governi dei paesi Ue, qualora questi creassero normative atte a compromettere i profitti delle imprese stesse, incidendo, in tal modo, su diritto del lavoro e diritti sociali.

La Commissione Europea sostiene che il TTIP può far crescere l’economia Ue di 120 miliardi di euro, quella Usa di circa 90 miliardi e quella mondiale di circa 100 miliardi. Molti economisti, però, ritengono che il TTIP potrebbe generare calo dei salari, aumento di disoccupazione e disgregazione sociale nell’Ue.

Questo abomino innaturale contro gli animali è una delle cose che vorrebbero far venire in europa e darcela a mangiare.

Questo abominio innaturale contro gli animali è una delle cose che vorrebbero far venire in europa e darcela a mangiare.

Il pericolo per l’agroalimentare e le PMI in Italia e Ue. Un gruppo di oltre 20 associazioni europee ha presentato, a Bratislava durante il meeting informale di 27 capi di Stato e di governo dell’Ue, il rapporto: “Making sense of CETA”. “

Qui – spiega ancora Monica Di Sisto portavoce della Campagna Stop TTIP – si dimostra che, a conti fatti, molti settori produttivi italiani potrebbero essere danneggiati già dall’accordo con il Canada: l’allevamento bovino e suino, per esempio, il settore lattiero-caseario; poi quello dei semi e dei prodotti per l’agricoltura, ma anche quello della manifattura: le nostre piccole e medie imprese europee dovrebbero competere con veri e propri giganti e in gran parte non avrebbe scampo”.

La nuova ipotesi: il TTIP light. E i negoziatori Ue stessi non riescono a risolvere i veti che gli Usa hanno contrapposto alla richiesta europea di proteggere i nostri prodotti alimentari DOC nei loro confini, rifiutandosi, inoltre, di aprire alle nostre imprese tutti gli appalti pubblici degli Stati americani.

“Contro questo stallo – spiega Monica Di Sisto, portavoce della Campagna StopTTIP – il Governo italiano, d’accordo con i negoziatori Usa, propone di approvare, entro la presidenza Obama, una dichiarazione “light”, in cui le parti si accordino su un pacchetti di riduzioni di dazi e tariffe commerciali e sul fatto che, in una seconda fase, degli appositi comitati si occuperanno di concordare le regole di liberalizzazione dei servizi, sanitarie e delle caratteristiche dei prodotti.

Un rinvio che forse non rassicura i detrattori dell’accordo, ma che invece è sempre più propiziato da chi vorrebbe chiuderlo prima dell’addio di Obama alla Casa Bianca.

CETA: via libera per 40 mila multinazionali Usa. Accanto al TTIP, e ad esso precedente, c’è l’altro trattato che coinvolge Ue e Canada. Il CETA è del tutto simile al TTIP. Al momento della sua ratifica, circa il 98% delle barriere tariffarie tra le parti verranno soppresse. “Barriere che si abbatterebbero anche per oltre 40mila multinazionali americane – continua Di Sisto – tra cui Wal martCoca Cola, perché hanno sedi consociate in Canada, attraverso le quali godrebbero delle nuove condizioni.

Il Canada è tra i produttori più importanti di alimenti che copiano i prodotti tipici dell’Ue e, con il CETA, sarebbero autorizzati a continuare a produrli.

Sconosciuto e poco trasparente. Il CETA presenta le stesse caratteristiche non trasparenti del suo omologo statunitense. Peraltro, non essendo stato al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica come il TTIP, è decisamente sconosciuto anche a chi dovrebbe votarlo.

A Bratislava, la Ministra al Commercio canadese ha raccontato che gli europarlamentari socialdemocratici tedeschi che aveva incontrato e che dovranno votarlo, le avevano confessato di non averlo letto. La stessa ministra, poi, ha ammesso di non averlo letto”.

 

Italia, protagonista dei retroscena di entrambi i trattati. I negoziati del CETA si sono conclusi già, nel 2014, e il trattato è sottoposto ora a dibattiti piuttosto accesi, dal momento che 11 nazioni Ue – Italia compresa – vorrebbero scavalcare i governi nazionali e farlo approvare il 27 ottobre prossimo, mentre gli altri 17 stati dell’Unione vogliono attendere il responso dei singoli Governi nazionali, come da giurisprudenza, per poi farlo ratificare da Governo e Parlamento europei, non prima del 2017.

E l’Italia, in queste diatribe, sta giocando un ruolo da non sottovalutare. Il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda è tra i promotori dell’approvazione rapida e sicura di entrambi gli accordi. A tale proposito, la Campagna Stop TTIP ha diffuso la lettera che gli 11 Ministri su citati hanno scritto a Cecilia Malmström il 14 settembre scorso, chiedendo alla Commissaria al Commercio dell’Ue di ratificare immediatamente il trattato col Canada.
                                                                 

La Campagna Stop TTTIP consegna del letame a Calenda. Nella stessa lettera, inoltre, Calenda e gli altri 10 porta voci nazionali con lui, s’impegnano nell’ accelerare i negoziati in corso del TTIP. “A questa – conclude Monica Di Sisto – si sono aggiunti con un’altra missiva sempre diretta alla commissaria Malmström, 41 parlamentari europei, tra i quali la capogruppo del Pd in Commissione commercio Alessia Mosca.

In questa seconda lettera, si chiede di escludere i parlamenti nazionali dalla ratifica del CETA per rendere più rapida la sua approvazione. Per questo – ha concluso –  il 29 settembre scorso abbiamo fatto recapitare a Calenda un barattolo di letame bio da terrazzo, in tiratura limitata e prodotto dalla startup italiana Real Shit con un’etichetta artistica dedicata alla Campagna Stop TTIP Italia”.

La protesta delle piccole imprese italiane. “Le piccole e medie imprese italiane che lavorano in qualità, infatti – ha aggiunto la Di Sisto – sono sempre di più dalla nostra parte nel chiedere al Governo di smettere di sostenere trattati che fanno gli interessi di pochi, per scegliere con decisione una buona economia, migliore per tutti. Il 20 ottobre sono arrivati da tutta Europa al Parlamento Ue con sindaci, imprenditori, sindacalisti ed esperti per una giornata di lobby Stop TTIP e CETA. Sono convinta che alla fine dovranno arrendersi al buon senso”.

 

Regolamentare l’immigrazione non vuol dire ignorare i fatti.

Minorenni all’inferno: tra i migranti sul greto del fiume Roja a Ventimiglia. E l’Italia viola le sue stesse norme. Nel paese della Chiesa, il silenzio del Papa è di un rumore assordante. Del governo “ombra”, neanche l’ombra.

REGOLAMENTARE GLI INGRESSI IN ITALIA? ASSOLUTAMENTE SI

CHIEDERE ALL’EUROPA UN VERO IMPEGNO COMUNE (TUTTI I PAESI DELL’UNIONE) PER LA QUESTIONE IMMIGRATI? ASSOLUTAMENTE SI.

RIDISCUTERE TUTTI GLI ACCORDI CHE PENALIZZANO L’ITALIA? ASSOLUTAMENTE SI.

Chiarito questo, far finta di nulla dei fatti di cronaca, NON FA CERTO DELL’ITALIA UN PAESE CIVILE.

NO COMMENT. Questa non è gestione degli immigrati, (chi non ha i requisiti va a casa) QUESTA E’ INCAPACITA’ DEL GOVERNO E DEI GOVERNI PRECEDENTI.

Notizia clamorosa, ALLA VIGILIA DELLA VENUTA DEL “SALVATORE”, è stato cancellato, dal Vangelo secondo Matteo, il versetto 25.

 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 

35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 

36 Nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 

37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 

38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 

39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 

40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che AVETE fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. 

41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 

42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 

43 Ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 

44 Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 

45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che NON AVETE fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. 

46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».


REGOLAMENTARE GLI INGRESSI IN ITALIA? ASSOLUTAMENTE SI

CHIEDERE ALL’EUROPA UN VERO IMPEGNO COMUNE (TUTTI I PAESI DELL’UNIONE) PER LA QUESTIONE IMMIGRATI? ASSOLUTAMENTE SI.

RIDISCUTERE TUTTI GLI ACCORDI CHE PENALIZZANO L’ITALIA? ASSOLUTAMENTE SI.

Chiarito questo, far finta di nulla dei fatti di cronaca, NON FA CERTO DELL’ITALIA UN PAESE CIVILE.

NEL PAESE DELLA CHIESA E DEL PAPA, SONO VIETATE PRESE DI POSIZIONI “ANTIPATICHE ALLA CHIESA STESSA Come Aborto, Biotestamento, Far adottare bambini dagli omosessuali, ecc.ecc. MA FAR VIVERE PERSONE ITALIANE E STRANIERE COME ANIMALI NON INTERESSA ASSOLUTAMENTE A NESSUNO, ANCHE ALLA CHIESA.           

                                                                     

 
USA e ISIS amici

IPOCRISIA, Il male del mondo: “Come nasce l’ISIS ?”

IPOCRISIA: il male del mondo. L’essere ipocriti, ormai è diventato tremendamente e pericolosamente naturale, ha inglobato perfino le bugie ed il falso.

L’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù. (La Rochefoucauld).

IPOCRISIA, il male del mondo. Significato, simulazione di buoni sentimenti, di buone qualità o di buone intenzioni; mancanza di sincerità, falsità: quanta gente si nasconde sotto la maschera dell’ ipocrisia | azione, comportamento, discorso da ipocrita: mettere da parte le ipocrisie.
Una volta anche l’ipocrita sapeva discernere dall’essere un bugiardo ed un falso (cose che cercavano di dire e fare raramente) e l’essere ipocrita, cioè mostrare in continuazione una maschera di falsità. (cosa molto più grave.)
Ora la differenza non è più percepita si è arrivati ALL’IPOCRITA SERIALE, nei casi più gravi essere IPOCRITA ANCHE CONTRO SE STESSO e nei casi patologici, CONVINCERSI DI NON ESSERE IPOCRITI e giustificare inconsciamente quello che dice o fà.
 
Per vederne una immane rassegna basta andare su Facebook, Youtube, nei social vari e guardare i commenti. Troverete persone che di fronte ad un muro nero asserisce all’infinito che è bianco. Non ci sono cose o parole che puoi dire o fare per convincerlo del contrario. Sono per lo più coloro che vengono imboccati dalla televisione e scarsissimamente portati ad informarsi direttamente. Ripetono il loro mantra all’infinito senza capire quello che dicono.
 
Dicevamo che il mondo ormai è infestato da tale patologia (diventata pericolosamente quasi normale). n.d.r. Nel campo calcistico si tocca l’apice. Vediamo alcuni casi di IPOCRISIA prendendo spunto dalla cronaca e dai fatti reali. (questo perchè l’ipocrisia su questioni di lessico e non materiali, E’ IMMORTALE, INATTACCABILE)

Ipocrisia eccezionale: Il principio ispiratore della politica estera americana…

Non si poteva non cominciare con l’emblema principe dell’ipocrisia, LA POLITICA ESTERA AMERICANA. Il tema è talmente vasto che ci metteremmo anni per analizzarla tutta, ci limiteremo ai casi più incredibilmente GRAVI.

  1. Il celebre incontro tra il senatore  Mc Cain e Abu Bakr Al Baghdadi

    Il celebre incontro tra il senatore Mc Cain e Abu Bakr Al Baghdadi

    La nascita dell’ISIS, la creatura degli USA Come candidamente ammesso dalla Clinton nella mail inviata sig. John Podesta (stretto collaboratore della famiglia Clinton) e che potete leggere cliccando <<<<QUI>>>>

    La guerra al terrore è in realtà un supporto all’Islam radicale. La creatura americana compie 40 anni: 26 punti che svelano l’alleanza tra Usa e Isis. Un professore emerito dell’Università di Ottawa, in Canada, ha spiegato in 26 concetti perché lo Stato islamico è un importante alleato degli Stati Uniti e come la “guerra al terrore” è in realtà un supporto all’Islam radicale.

    “La guerra degli Stati Uniti contro lo Stato islamico è una grande bugia.” Così inizia il suo articolo Michel Cossudovsky, un economista canadese, scrittore e professore dell’Università di Ottawa, in Canada, pubblicato sul sito web delCentro per la Ricerca sulla Globalizzazione.

    Dopo aver analizzato centinaia di documenti, il professore giunge ad una serie di conclusioni che a prima vista sembrano un paradosso: l’intera politica degli Stati Uniti relativa alla lotta contro il terrorismo in realtà serve gli interessi jihadisti, a loro volta, sono supportati e finanziati dal governo degli Stati Uniti. In 26 concetti Cossudovky spiega come è arrivato ad avere questa opinione.

    Storia di Al Qaeda

    1. Al Qaeda ed i suoi affiliati ricevono il pieno sostegno degli Stati Uniti quasi 40 anni fa, all’inizio della guerra sovietico-afghana (1979-1989).

    2. In un periodo di dieci anni 1982-1992 circa 35.000 jihadisti provenienti da 43 paesi sono reclutati per la jihad afgana nei campi di addestramento della CIA (Agenzia di intelligence) in Pakistan. Migliaia di annunci, pagati dagli Stati Uniti, sono apparsi nei media di tutto il mondo per motivare i giovani a unirsi alla jihad.

    3. L’Università del Nebraska, negli Stati Uniti, pubblica libri jihadisti per diffonderli, a quel tempo, nelle scuole dell’Afghanistan.

    4. Osama bin Laden, il terrorista “numero uno” per gli Stati Uniti, è reclutato dalla CIA nel 1979 quando lancia la guerra jihadista patrocinata dagli USA contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Ha 22 anni quando termina la sua formazione nel campo di guerriglia della CIA.

    5. Ronald Reagan, quarantesimo presidente degli Stati Uniti, chiama i terroristi di Al Qaeda “combattenti per la libertà”. Il governo statunitense fornisce armi alle brigate islamiche per combattere contro l’Unione Sovietica. Il cambio di regime porta alla fine del governo laico in Afghanistan.


    Lo Stato islamico (IS)

    Ammissione del rapporto USA ISIS

    Ammissione del rapporto USA ISIS

    6. Lo Stato islamico è inizialmente un’entità affiliata di Al Qaeda creata dai servizi segreti americani, con il sostegno del MI6 britannico, dal Mossad di Israele e dalle intelligence di Pakistan e l’Arabia Saudita.

    7. Le brigate dell’Is partecipano con gli Stati Uniti e la NATO nella guerra civile in Siria diretta contro il governo di Bashar al Assad.

    8. La NATO e gli alti funzionari turchi sono i responsabili del reclutamento di militanti dello Stato islamico e di al-Nusra (gruppo radicale islamico siriano) dall’inizio del conflitto in Siria nel 2011.

    9. Nelle file dell’Isis c’è una rappresentanza dell’esercito e dell’intelligence degli stati occidentali.Così, il MI6 britannico partecipa alla formazione dei jihadisti ribelli in Siria.

    10. In una informazione della CNN il 9 Dicembre 2012 un alto funzionario statunitense e diversi diplomatici di alto livello ammettono che “Stati Uniti e alcuni alleati europei, attraverso militari specializzati, addestrano i ribelli siriani affinché garantiscano scorte di armi chimiche in Siria.”

    11. La pratica delle decapitazioni dell’Isis fa parte di programmi di formazione degli jihadisti attuati in Arabia Saudita e Qatar.

    12. L’Arabia Saudita, alleato degli Stati Uniti, libera dalle sue carceri migliaia di detenuti a condizione che si uniscano alla lotta dell’Isis contro Assad in Siria.

    13. Israele sostiene le brigate di Is e al-Nusra nel Golan, un territorio conteso da Israele e Siria. Nel febbraio 2014 il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, visita un ospedale al confine con la Siria, dove stringe la mano ad un ribelle siriano ferito.

    Siria e Iraq.

    14. L’Isis agisce come un avamposto militare degli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati dal momento che causa distruzione e caos politico ed economico in Siria e Iraq.

    IPOCRISIA, Il male del mondo Il Senatore americano Mc Cain incontra Al Quaeda

    IPOCRISIA, Il male del mondo Il Senatore americano Mc Cain incontra Al Quaeda per organizzare l’esercito Islamico per combattere Bashar al-Assad presidente siriano Amico dei Russi

    15. L’attuale senatore degli Stati Uniti John McCain incontra i leader terroristi jihadisti, tra cui militanti dell’Isis, in Siria.

    16. Lo Stato islamico, che presumibilmente resiste al bombardamento della coalizione guidata dagli Stati Uniti, continua a ricevere aiuti militari segreti dagli Stati Uniti.

    17. I bombardamenti di Usa e dei suoi alleati non sono diretti allo Stato islamico, ma all’infrastruttura economica dell’Iraq e della Siria tra cui fabbriche e raffinerie di petrolio.

    18. Il progetto del califfato si inserisce perfettamente nell’agenda della politica estera degli Stati Uniti da molti anni al fine di dividere Iraq e Siria in tre aree distinte: una repubblica del Kurdistan, un califfato islamico sunnita e una Repubblica araba sciita.

    “La guerra contro il terrorismo”

    19. “La guerra contro il terrorismo”, una campagna degli Stati Uniti iniziata nel 2001 e supportata da alcuni membri della NATO, si presenta come uno “scontro di civiltà”, quando in realtà persegue obiettivi economici e strategici.

    20. Gli Stati Uniti appoggiano segretamente vari affiliati di Al Qaeda in Medio Oriente, in Africa sub-sahariana e in Asia per creare conflitti interni e destabilizzare i paesi indipendenti.

    21. In questi gruppi si possono nominare Boko Haram in Nigeria, il Gruppo combattente islamico in Libia o Jemaah Islamiyah in Indonesia.

    22. Le organizzazioni affiliate ad Al Qaeda nella regione autonoma di Xinjiang Uigur, in Cina, ricevono anche il sostegno degli Stati Uniti. Lo scopo dichiarato di queste organizzazioni jihadiste è di stabilire un califfato islamico nella Cina occidentale.

    “I nostri” terroristi.

    23. Il paradosso è che, mentre l’Isis è cresciuta grazie al sostegno americano, l’obiettivo “strategico” degli Stati Uniti è la lotta contro l’islamismo radicale del gruppo jihadista.

    24. La minaccia terroristica è una creazione puramente americana che è promossa da altri governi occidentali e dai media. Sotto l’obiettivo della difesa della vita dei suoi cittadini, dall’altra parte libertà civili e privacy vengono violate.

    25. La campagna anti-terroristica contro Al Qaeda e lo Stato islamico ha contribuito notevolmente alla “demonizzazione” dei musulmani, che vengono associati alle crudeltà dei jihadisti.

    26. Chiunque metta in discussione la “guerra al terrore” è dichiarato terrorista e sottoposto alle numerose leggi anti-terrorismo approvate negli ultimi dieci anni negli Stati Uniti.

LO stadio della Roma

Lo stadio della Roma? Finalmente qualcuno fa chiarezza.

Lo stadio della Roma? Finalmente qualcuno fa chiarezza. I giornalisti perdono l’ennesima occasione per fare il LORO LAVORO e continuano a perseguire e costruire notizie false, ai danni del M5S e della Raggi.

Bisogna chiedersi: come fanno giornali di Roma e giornalisti di Roma a non sapere certe cose. Roma, la città che se decidi di piantare una piantina nel tuo giardino o orto, potresti scoprire un’altra “Domus Aurea”.

Come fanno questi geni dell’informazione a non indagare se tutte le regole su come si costruiste a Roma sono state RISPETTATE. MA LE CONOSCONO QUESTE COSE O SONO IN MALAFEDE? 

Praticamente (tra le moltissime trafile) c’è n’è una che non è stata neanche guardata: «Le indagini di archeologia preventiva: erano state chieste e non sono state avviate. Nell’archeologia preventiva le procedure prevedono che venga fatto un piano di indagini, approvato dalla Soprintendenza e poi eseguito. Un piano che normalmente precede i progetti e non che venga seguito in corso d’opera. Insomma, ogni fase del progetto ha il suo livello di indagini».

 

Per capire tutto il quadro generale, riportiamo l’intervista di Margherita Eichberg, da quasi due anni alla guida della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Comune di Roma, che ha vergato venti pagine di osservazioni sul progetto dello stadio a Tor di Valle.

Soprintendente Arch Margherita Eichberg

Soprintendente Arch Margherita Eichberg

«Un parere fortemente critico». Il parere negativo all’affairstadio della Roma arriva pesante come un macigno. A firmarlo venerdì, Margherita Eichberg, da quasi due anni alla guida della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Comune di Roma, che ha vergato venti pagine di osservazioni sul progetto dello stadio a Tor di Valle.

Soprintendente Eichberg, ci spieghi le ragioni di questo “motivato dissenso”.

«Abbiamo analizzato tutti gli aspetti possibili. Dalla questione delle visuali, alla storia agricola del sito alle fasi di bonifica. In ballo ci sono ragioni di carattere paesaggistico perché il progetto prevede una forte artificializzazione dell’area agricola, inoltre le sponde del Tevere vengono coinvolte da una serie di infrastrutture e ponti, viene realizzato un grosso raccordo stradale e decine e decine di ettari di parcheggio. Ma nelle nostre analisi sono rientrate anche procedure che non sono state seguite in maniera impeccabile».

Scusi, soprintendente, a cosa si riferisce?

«Le indagini di archeologia preventiva: erano state chieste e non sono state avviate. Nell’archeologia preventiva le procedure prevedono che venga fatto un piano di indagini, approvato dalla Soprintendenza e poi eseguito. Un piano che normalmente precede i progetti e non che venga seguito in corso d’opera. Insomma, ogni fase del progetto ha il suo livello di indagini».

Ma come avete lavorato per arrivare a questo “verdetto”?

«Abbiano consultato tutti i comitati tecnici di settore in seduta congiunta, da quello per la tutela del paesaggio alle Belle Arti, dalla tutela per l’architettura contemporanea all’archeologia e tutti si sono espressi negativamente. Pensi che ha partecipato persino Giovanni Carbonara, il presidente del comitato tecnico per il paesaggio nonché figlio di colui che ha scritto il famoso manuale di architettura pratica che già negli anni ‘60 aveva censito l’Ippodromo di Julio Lafuente come esempio di architettura ben riuscita, come una struttura di particolare rilievo»

Si prende una responsabilità non da poco in questa fase della vicenda. Sono sempre le Soprintendenze che si mettono di traverso?

«Vorrei ricordate che il Comune di Roma aveva già tutelato le tribune dell’Ippodromo nella cosiddetta Carta della qualità, l’appendice alle norme tecniche di attuazione del Piano Regolatore del 2008. La norma comunale, in sostanza, inserisce le Tribune di Tor di Valle, progettate da Julio Lafuente tra le architetture da tutelare e prevede almeno una ristrutturazione ma non la demolizione. Non a caso, con la delibera del 2014 che avrebbe previsto una deroga alla Carta della qualità, la Sovrintendenza capitolina aveva rilevato la non conformità alle norme tecniche di attuazione del Piano Regolatore».

Ma il parere negativo della Soprintendenza statale a questo punto è vincolante per il futuro del progetto dello stadio?

«Noi, come ministero, possiamo fare opposizione. Le spiego: il parere della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio viene ora filtrato dal rappresentante unico del Consiglio dei ministri, che accoglie i pareri degli altri soggetti statali che si esprimono sul progetto. In caso di un verdetto trasformato in un parere favorevole con prescrizioni, noi possiamo fare opposizione come ministero».

Insieme al parere sul progetto dello stadio a Tor di Valle, lei ha firmato il 15 febbraio scorso anche l’avvio del procedimento di vincolo per l’Ippodromo realizzato nel 1959 su progetto dell’architetto spagnolo Julio Lafuente, considerato un maestro delle strutture “sospese”, quasi travolte dalla loro apparente leggerezza. Un architetto che nella Roma del secondo dopoguerra e nell’epopea degli anni Sessanta ha lasciato il segno in molti edifici innovativi.

«Un passaggio dovuto per il rilevante interesse di questo esempio straordinario di architettura e ingegneria contemporanea. Un esempio di virtuosismo costruttivo dal design innovativo e all’avanguardia. L’apposizione del vincolo è un’azione della Soprintendenza, quindi nell’autonomia del ministero dei Beni culturali, fatta in accordo congiunto con tutti i comitati tecnici di settore, e condivisa con le direzioni generali del ministero».

Il vincolo avrà un peso specifico notevole. Perché questa decisione?

«Il vincolo è stato esplicitamente richiesto dai comitati di settore dopo aver rilevato che questo esempio prestigioso di architettura, nel progetto dello stadio, veniva trattato con una certa superficialità. Le ragioni di tutela ci hanno spinto ad intraprendere un’azione incisiva proprio per indirizzare le scelte degli enti locali coinvolti, Comune di Roma e Regione Lazio».

L’iter del vincolo sarà determinante. Qual è lo scenario che si prospetta e quali sono i tempi tecnici?

«Tecnicamente la società Eurnova ha ottanta giorni per esprimere osservazioni e presentare opposizioni, ma già da ora scattano le misure di salvaguardia per l’ippodromo, e entro 120 giorni dalla data di firma dell’avvio del procedimento, il vincolo dovrà essere prodotto».

Due settimane fa la sua Soprintendenza ha espresso il parere per la valutazione di impatto ambientale dello stadio, e negli ultimi cinque giorni ha firmato il parere complessivo e l’iter per il vincolo. Insomma, il progetto di Tor di Valle è stato impegnativo.

«Lo ammetto: per questa procedura, il nostro ufficio si è speso senza risparmiare fatica. Cinque funzionari si sono dedicati a questa complessa istruttoria fin da settembre, da quando c’è stata avviata la conferenza dei servizi, sempre in accordo con la Direzione generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio del ministero».

Il nuovo decreto di riforma dei Beni culturali ha di fatto soppresso la sua Soprintendenza, per accorparla con la Soprintendenza per l’area centrale di Roma guidata da Francesco Prosperetti. Il vincolo rischia di essere delegittimato?

«Noi lo abbiamo avviato, e lo potremmo concludere sempre noi se la Soprintendenza vivrà arrivando almeno a superare gli 80 giorni previsti perché la società Eurnova possa produrre le sue osservazioni. Altrimenti l’iter sarà concluso dalla Soprintendenza di Prosperetti. Sarà comunque concluso perché la procedura è stata ampiamente condivisa con i comitati tecnici di settore».

ORA CHIARAMENTE CI ASPETTIAMO CHE QUALCUNO DIA, IN UN MODO MACCHIAVELLICO O ADDIRITTURA FOLLE, LA COLPA ALLA RAGGI ED AL M5S.

SVEGLIA SIGNORI, QUESTA E’ MERDA VOSTRA, IL COMUNE GIA’ NEL 2008 (E ULTERIORMENTE PRECISATO NEL 2014), AVEVA BLOCCATO LO SPAZIO DI TOR DI VALLE.

Immigrazione: la grande truffa, il grande imbroglio.

“LORO” SANNO LA VERITA’ MA NON VE LA DICONO PERCHE’ NON VOGLIONO E NON SANNO RISOLVERE IL PROBLEMA. Anzi ogni giorno degli ultimi anni, non c’è stato un giorno che i media (anche Internet) ci riempiono la testa del problema immigrati. Viene presentato come il problema dei problemi. nulla di più grave. E’ VERO LA SITUAZIONE E’ GRAVISSIMA ma non per quello che vi fanno credere.

Consiglio di leggere il post e vedere l’articolo, sono legati.

ACCUSANO LE NUOVE GENERAZIONI DI NON ESSERE PREPARATI PER FARE POLITICA (specialmente il M5S). Ma andiamo a vedere questi GENI CAPACI DELLA POLITICA (di cui incredibilmente, non si può fare a meno pure a oltre i 90 anni) 50 anni di sbagli continui e di ruberie che ha portato il paese al collasso. (ne riparleremo in un’altro articolo). Gli incredibili sbagli del passato fino ad oggi hanno sancito l’assoluta impossibilità di percorrere la strada dell’accoglienza, che superi il livello di richiesta di migrazione che possiamo onestamente ed obbligatoriamente sostenere.

I tedeschi che non sono dei coglioni come noi italiani, sono andati a sceglierseli ed hanno preso un milione di persone laureate o che erano di buona cultura e capaci intellettualmente.  PROPRIO IL MASSIMO ERRORE DETTATO DALL’EGOISMO NAZIONALISTA, in un’Europa ormai agonizzante. Il perchè di questo errore lo capirete vedendo il video.               

QUELLO CHE DICE IL VIDEO IN QUESTIONE. Pone la domanda da miliardi di dollari:  “COSA PROPONI CON 5 MILIARDI DI POVERI CHE NON PUOI BLOCCARE CON UN MURO? CHI DOBBIAMO CONVINCERE PER ANDARE AD AIUTARLI CONCRETAMENTE A CASA LORO? A sparare slogan sono tutti capaci, FARE I FATTI E’ UN PO DIVERSO. Io non sono ottimista che qualcuno magari l’ONU O CHICCHESSIA, cambi l’ordine mondiale delle cose e che magari dica che è immorale che 8 persone al mondo detengano la stessa ricchezza di oltre il 50% della popolazione mondiale, E CI INDICHI LA STRADA.

IO NON VEDO COME CONVINCERE QUALCUNO AD AIUTARE 5 MILIARDI DI PERSONE CHE NEL 2050 – 2100 SARANNO IL DOPPIO.  VOI CHE PARLATE D’IMMIGRAZIONE OGNI GIORNO AVETE UNA SOLUZIONE.?

Certo che fa molto ridere, il modo gretto e onestamente stupido, di milioni di persone che pensano magari di risolvere il problema rimandando indietro qualche centinaio di poveracci. Oppure di inventarsi investigatori come a Treviolo guardando si ci sono persone sospette in giro. PRATICAMENTE C’E’ UNA MASSA IMMANE DI PERSONE NEL MONDO (MILIARDI E MILIARDI) CHE VIVONO CON 2 DOLLARI AL GIORNO E PENSIAMO CHE NON CI SARANNO ENORMI MOVIMENTI DI MASSE DI PERSONE. IGNORARE NON E’ RISOLVERE.

La stampa estera massacra quella italiana. Raggi: Femminicidio mediatico.

La stampa estera massacra quella italiana, per difendere la Raggi da tutto il fango ricevuto in questi mesi, una cosa indecente

Virginia, un femminicidio mediatico

www.tvsvizzera.it  Massimo Donelli (https://twitter.com/massimodonelli)

Premessa: 1) non ho mai votato per il Movimento 5 Stelle; 2) non ho mai incontrato Virginia Raggi e, perciò, non mi permetto di giudicarla; 3) non entrerò nel merito delle questioni romane (la pesante eredità del passato, i pasticci nel formare la giunta, gli scontri fra il sindaco e i suoi colleghi di partito) che non mi sono del tutto chiare e, comunque, meriterebbero un’analisi seria e approfondita.
Però…
…però sento l’obbligo – sì, l’obbligo – di spendere qualche parola per quanto è avvenuto e sta avvenendo, dal 20 giugno 2016 (giorno dell’elezione), nella vita della trentottenne che guida dal Campidoglio la città caput mundi (prima donna in 2.769 anni di Storia).
Partiamo dall’inizio.
La sua vittoria non ha suscitato il benchè minimo entusiasmo tra le numerose aggregazioni femminili italiane, di solito orgogliosamente velocissime nel sottolineare i successi di signore e signorine.
Anzi…
Riporto quanto ho scritto proprio qui dopo il voto: “L’appartenenza grillina ha oscurato l’appartenenza di genere, diciamolo (…) Perfino fra le militanti di molte associazioni femminili. Da cui è arrivato un fragoroso silenzio o, tutt’ al più, qualche cigliosa presa d’atto, giungendo  addirittura a sottolineare maliziosamente le differenze fra Chiara Appendino (che a Torino ha sbaragliato il sindaco uscente, Pietro Fassino) e la Raggi in termini di obbedienza al Movimento 5 stelle. Di più. Si è rimproverato a entrambe di non aver usato il sostantivo sindaca al posto di sindaco… Nessuna, insomma, ha stappato entusiasticamente bottiglie di champagne nella trincea rosa del Paese. E sul fronte maschile come è andata? Peggio mi sento (a cominciare dal marito della Raggi, che proprio la sera dell’elezione, con una lettera aperta diffusa via Twitter, ha messo in piazza la crisi del loro matrimonio; ed è stato bacchettato su l’Espresso). Come ha raccontato Nadia Somma, di Demetra donne in aiuto, Chiara e Virginia sono state trattate alle stregua di due fenomeni da baraccone, scatenando uno “stupidario”: “Riferimenti all’abbigliamento e all’avvenenza, linguaggio informale (per molti giornalisti e giornaliste sono “le ragazze” e  Raggi è “a moretta”) o smaccatamente sessista (bambola, bambolina, fatina). Alcuni articoli sono irritanti altri involontariamente comici”. E giù con una serie di citazioni. Ben visivamente riassunte, peraltro, nel tweet di Tania Marocchi, dell’European Policy Centre, che offre un eccellente colpo d’occhio sui titoli dei quotidiani italiani: da “Roma in bambola” (Il Tempo) a “Ma saranno capaci?” (Libero)”.
Questo, appunto, all’inizio.
Dopo, tra luglio, agosto e settembre, è andata ancor peggio.
Decisamente peggio.
Senza – lo ripeto – entrare nel merito delle complesse vicende politiche, annoto che Virginia è stata costantemente sbattuta in prima pagina.
È stata sottoposta, cioè, al trattamento che (in un tempo per fortuna lontano) si riservava ai mostri della cronaca condannandoli prima dei processi.
Non basta.
In poche settimane ha avuto da parte dei telegiornali più minutaggio di quanto il Movimento 5 Stelle abbia collezionato negli ultimi due anni.
E il culmine è stato raggiunto domenica 11 settembre.
Quel giorno, infatti, tutti i più importanti quotidiani italiani, i notiziari televisivi e radiofonici hanno utilizzato un banale articoletto sul maltempo dell’Osservatore romano, il quotidiano del Vaticano, elevandolo al rango di presa di posizione della Santa Sede contro l’operato della Raggi.
Una balla spaziale.
Tanto che, letti i giornali, l’autorevole Monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, si è affrettato a smentire.
Qualcuno ha forse detto o scritto “Abbiamo sbagliato”?
Qualcuno per caso ha chiesto scusa al Vaticano e al Campidoglio?
Nisba.
Solo Marco Travaglio, su il Fatto Quotidiano e, poi, in tv, ospite di Lilli Gruber aOtto e mezzo, ha parlato chiaro, anzi chiarissimo, raccontando, dati alla mano, come la stampa abbia gonfiato il… nulla e insabbiato, il giorno dopo, le parole di Becciu.
Capito?
Mica è finita.
Alla ricerca di non si sa bene che cosa, le troupe televisive hanno assediato l’abitazione privata di Virginia come non si è mai visto fare, nella lunga storia della Repubblica, con qualsivoglia politico.
E, tuttavia, esclusa la diretta interessata, nessuno ha fiatato.
Mentre, per dire, è bastata una vignetta sul ministro Maria Elena Boschi per scatenare il pandemonio e financo lo sdegno di chi, paladino “Senza se e senza ma” della satira, proclamava “Je suis Charlie”.
Ecco, concludo.
Scommetto che se al posto della Raggi ci fosse qualcun’altra e subisse lo stesso trattamento si urlerebbe al femminicidio mediatico.
Invece qui – a parte Travaglio – stanno tutti zitti.
E, quel che è peggio, tutte zitte…

Fonte: http://www.tvsvizzera.it/radio-monteceneri/Hypercorsivi/Virginia-un-femminicidio-mediatico-8041420.htmlb

 

Pullman studenti si schianta su A4, 16 morti e 26 feriti

Verona, brucia il bus dei ragazzi ungheresi: sedici morti, gli altri li salva il prof. L’impatto e le fiamme. Poi il docente di educazione fisica è tornato più volte a borso per tirare fuori alcuni studenti. E’ ricoverato con ustioni alla schiena.

L’impatto li ha colti nel sonno mentre il bus correva verso Budapest, dove l’arrivo era previsto per le otto del mattino. Sono morti così, di ritorno da una gita scolastica in Francia, 16 studenti di un liceo classico ungherese vittime di un devastante incidente sulla A4 Torino-Trieste nella notte tra venerdì e sabato, all’altezza del casello di Verona Est. Per cause da accertare un autobus della ditta ungherese Pizolit Busz, partito dalla Francia venerdì, si è schiantato intorno alle 23 contro un pilone del cavalcavia vicino a San Martino Buonalbergo, disintegrandosi nella parte destra.

Le fiamme divampate in pochi istanti non hanno lasciato scampo ai giovani, tutti tra i 14 e i 18 anni, rimasti intrappolati nell’abitacolo. Altri 13 passeggeri gravemente feriti (uno è in coma) sono ricoverati negli ospedali veronesi di Borgo Trento e Borgo Roma, mentre 13 ragazzi con ferite più lievi sono stati dirottati a San Bonifacio. La polizia stradale di Verona ha soccorso e ospitato in una caserma gli altri 12 studenti usciti illesi dal tremendo impatto.

                                                                                         

Agli automobilisti e ai soccorritori arrivati sul luogo dell’incidente si è presentata una scena “apocalittica”: l’autobus avvolto dalle fiamme, i corpi riversi sull’asfalto mentre i superstiti tentavano di rompere i vetri del bus e di mettersi in salvo ai lati della carreggiata. “Ho visto gente bruciata viva, sono immagini terribili che non potrò mai dimenticare – è la testimonianza di uno degli automobilisti che seguivano, rimasto bloccato in coda – si sentiva urlare, alcuni erano usciti dal finestrino in maniche corte, c’erano 3 gradi sotto zero”.

Il console generale d’Ungheria a Milano, Judit Vilma Timaffy, accorso a Verona, ha incontrato alcuni dei sopravvissuti: “Le persone che erano sedute nella parte posteriore del pullman si sono salvate – ha raccontato Timaffy –. Un professore di educazione fisica ha salvato molti di quelli che erano a bordo rientrando nel mezzo: è ricoverato con ustioni alla schiena”. I suoi due figli, Laura e Balazs, sono invece entrambi morti nell’incidente. A bordo del pullman c’era anche la moglie del docente “che ha visto morire la figlia”, ha detto il console. “Il ragazzo non l’hanno proprio visto ma purtroppo è tra i deceduti”.

La Procura di Verona ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio stradale colposo plurimo. “La situazione è molto complessa – ha spiegato il procuratore aggiunto reggente Angela Barbaglio – sia dal punto di vista della causa o, sia per le difficoltà legate allo stato dei corpi delle vittime per l’identificazione. Dobbiamo sapere la causa della morte di 16 persone”. Per il momento non sarebbe stato identificato neanche l’autista, impossibile dire se abbia avuto un malore. Un camionista sloveno ha raccontato alla polizia di aver notato il motore del pullman ungherese emanare fumo nero e cominciare a prendere fuoco all’altezza di Desenzano, nel Bresciano, circa 50 chilometri prima dell’impatto. Ha provato a segnalare il guasto all’autista con il clacson e gli abbaglianti, ma senza successo. Quando ha rivisto il bus era ormai in fiamme a Verona Est.

 

 

L’ombra degli abusi sessuali pesa sulla missione francese in Centrafrica

 

L’esercito francese non avrebbe potuto sognare una tempistica migliore. Tre settimane prima della fine ufficiale dell’operazione Sangaris (la missione militare lanciata nel 2013 per fermare le violenze tra cristiani e musulmani nella Repubblica Centrafricana), prevista per il 31 ottobre 2016, è stato rivelato dalla stampa un memorandum interno delle Nazioni Unite. Il documento torna sulle accuse di stupro rivolte alle truppe internazionali presenti in territorio centrafricano e suggerisce che alcune vittime “avrebbero ricevuto degli incentivi finanziari per testimoniare”.

Poco importa che il documento riguardi principalmente gli abusi commessi dalle truppe del Gabon e del Burundi, e che non rimetta in discussione le accuse di violenze su minori di cui si sarebbero resi colpevoli i soldati francesi vicino al campo profughi di Mpoko a Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana. E poco importa che questi “incentivi finanziari” siano in realtà degli aiuti forniti dalle organizzazioni umanitarie. Il dubbio è stato comunque insinuato. E il ministero della difesa francese ha avuto gioco facile a sottolineare la “leggerezza” dell’Unicef, che ha raccolto le testimonianze di accusa.

Eppure di dubbi non ne restano molti a chi si prenda la briga di andare a Boda per indagare. A 190 chilometri da Bangui, la città ha il tipico aspetto di un centro minerario. La strada che vi conduce è in buone condizioni: Boda si trova nella regione natale del presidente-fondatore della Repubblica Centrafricana, Barthélemy Boganda, e dell’imperatore autoproclamato Jean-Bedel Bokassa. La via più animata della città è una stretta striscia di terra battuta che parte dalla rotonda dove sono parcheggiati i moto-taxi. La stazione di benzina Total è stata riconvertita in un bar. Al calare della notte, i cercatori di diamanti lasciano le zone degli scavi per andare nel locale a spendere in birra il loro eventuale bottino. In quest’angolo della foresta equatoriale si trova la prova potenziale di un atto di violenza su una minore compiuto da un soldato francese.

Il piccolo Elie si fa sentire nel cortile con i suoi strilli gioiosi. Ha la pelle chiara, i vicini lo chiamano ‘il francese’

La famiglia Pazoukou abita in una casa di mattoni in terracotta. L’entrata è chiusa da una porta senza serratura. Il piccolo Elie (i nomi sono stati modificati) si fa sentire nel cortile con i suoi strilli gioiosi. Ha un anno e cinque mesi, e si diverte a spargere ovunque la pappa che gli viene data per colazione. Ha la pelle chiara. I vicini lo chiamano “il francese”.

Quando i soldati francesi del contingente Sangaris erano arrivati a Boda, nel febbraio del 2014, avevano stabilito la loro base nel centro della città. Il loro compito era interporsi fra i gruppi anti-balaka – che si erano eretti a difensori dei cristiani della città – e i gruppi di “autodifesa” musulmani. A quell’epoca i combattimenti avevano già fatto diverse centinaia di vittime.

Noella Pazoukou, una delle ragazze della famiglia, vendeva pomodori ai “Sangaris” su una bancarella di fronte alla base. I suoi capelli raccolti in trecce fanno risaltare il suo volto da adolescente. Un giorno dell’estate 2014 un militare francese l’ha notata. Grazie a un intermediario, un ragazzo del posto chiamato Alban, le ha fatto qualche complimento e le ha dato appuntamento per una sera alle sei. La ragazza ha accettato il suo corteggiamento.

“Mi ha fatto entrare in una piccola casetta che si trovava nel loro campo. Abbiamo fatto l’amore. Era la mia prima volta. Alla fine mi ha dato 15mila franchi cfa (23 euro). Ma tornando a casa alcuni anti-balaka di pattuglia me li hanno presi”, racconta con voce esitante Noella nella sua lingua materna, il sango. La ragazza non parla francese, ha interrotto gli studi alle elementari. Una meningite contratta a sette anni le ha lasciato delle conseguenze: per molto tempo non ha potuto parlare e ancora oggi continua ad avere problemi di udito. Incontrata a casa sua il 13 e il 14 ottobre 2016, la ragazza racconta quello che è accaduto interrompendosi di tanto in tanto per andare ad alimentare il fuoco sotto la tettoia che serve da cucina: “Ci siamo rivisti un’altra volta, allo stesso posto. Abbiamo avuto un altro rapporto sessuale e poi un giorno è ripartito con tutto il suo gruppo. E non ho mai più avuto sue notizie”.

Nel vortice della guerra
All’inizio dell’ottobre del 2014 i soldati francesi presenti a Boda hanno passato il testimone ai caschi blu della Minusca, la Missione multidimensionale integrata di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Centrafrica, per tornare in Francia. Noella è stata travolta dal vortice della guerra. Con la madre e i suoi sette fratelli e sorelle ha dovuto lasciare la casa di famiglia. “A causa dei massacri in città siamo fuggiti in campagna. Ero già incinta, ma solo tornando a casa ho detto a mia madre che non mi sentivo bene”. Quest’ultima – che ha perso il marito quando Noella era ancora piccola – cerca di far vivere la famiglia vendendo foglie di kojo e bruchi arrostiti. Quando sua figlia le aveva raccontato di essere incinta di un soldato francese, Solange Pazoukou non le aveva creduto. Ma solo fino al giorno della nascita e della scoperta della pelle, quasi bianca, del neonato.

Quattro mesi dopo, nell’agosto del 2015, Solange Pazoukou ha presentato una denuncia alle autorità centrafricane, dopo “aver sentito alla radio un programma sugli abusi sessuali”. Il 4 settembre 2015 la procura di Parigi ha confermato che il suo caso era al centro di un’inchiesta per “violenza sessuale compiuta da una persona che ha abusato dell’autorità conferita dalle sue funzioni”. In effetti, anche se la costrizione fisica o la violenza non sono stati dimostrati, l’autore può comunque essere condannato per atti sessuali con minore di più di 15 anni da parte di una persone che abusi dell’autorità conferita dalle sue funzioni (articolo 227-27 del codice penale), e di violazione di consegne. Perché Noella era probabilmente minorenne al momento dei fatti. Secondo le prime conclusioni degli investigatori francesi, la ragazza aveva 17 anni. Sedici anni, ci assicurano sua madre e il procuratore di Boda, Olivier Mbombo Mossito.

Noella Pazoukou e suo figlio. - Damien Roudeau

 
Noella Pazoukou e suo figlio. (Damien Roudeau)

Di fatto la famiglia Pazoukou non ha alcuna possibilità di avere un processo nel suo paese. Infatti, in virtù dell’accordo concluso tra il governo francese e quello centrafricano il 18 dicembre 2013, alcuni giorni dopo l’avvio dell’operazione Sangaris, i militari francesi che si rendono colpevoli di crimini o di reati nel corso della missione possono essere giudicati solo dalla giustizia francese. Una sezione specifica della gendarmeria, la gendarmeria prevostale, è incaricata delle inchieste nei confronti dei militari nel corso delle operazioni all’estero.

Incaricata del caso nel settembre del 2015, la procura di Parigi ha impiegato otto mesi per rivolgere alle autorità centrafricane una domanda di collaborazione penale internazionale (che è stato possibile consultare) per “procedere all’audizione di qualunque testimone suscettibile di fornire elementi sui fatti o sulle loro circostanze”. Sono passati altri cinque mesi perché i gendarmi francesi andassero a Boda per mostrare a Noella alcune foto di militari per identificare il padre di suo figlio.

Nel frattempo il principale testimone, Alban, colui che avrebbe svolto il ruolo di “intermediario”, aveva lasciato Boda per Bangui. Quanto a Noella, le è stato chiesto di identificare attraverso delle foto un uomo che aveva visto per l’ultima volta due anni prima e che aveva incontrato in tutto solo due volte.

Gli investigatori francesi, anche se hanno potuto vedere il bambino, non hanno proceduto a un test del dna

La fuga di notizie sul memorandum dell’Onu, nel quale si parla di possibili somme di denaro ricevute dalle vittime centrafricane in cambio di testimonianze di accusa contro il contingente internazionale, ha focalizzato l’attenzione della stampa e della politica sull’attendibilità delle testimonianze dei minori. Paradossalmente, però, l’unico caso in cui una prova materiale potrebbe attestare un abuso, quello di Boda, sembra ricevere un’attenzione limitata anche da parte degli investigatori incaricati del caso. Questi, infatti, hanno mostrato a Noella delle foto di uomini con capelli più lunghi, mentre mentre all’epoca dei fatti il soldato in questione aveva la testa rasata. E gli stessi investigatori, anche se hanno potuto vedere il bambino, non hanno proceduto a un test del dna e hanno semplicemente chiesto ai familiari il suo gruppo sanguigno – cosa che ovviamente la famiglia non conosce.

Il ritardo con il quale si è proceduto ad ascoltare la presunta vittima sarebbe invece dovuto, secondo la testimonianza di due fonti vicine al caso, a un problema logistico. I gendarmi, infatti, hanno dovuto aspettare diversi mesi prima che l’operazione Sangaris mettesse a disposizione un elicottero per andare a Boda. Dal canto suo il ministero della difesa francese, interrogato su questi ritardi, ha affermato che “il ministero coopera pienamente con le autorità giudiziarie”.

Questo semplice episodio pone un interrogativo sull’indipendenza della gendarmeria prevostale, i militari incaricati di indagare su vicende che riguardano altri militari con i mezzi degli stessi militari. “La sezione prevostale si appoggia alle forze armate con le quali è presente sul posto. Questi agenti hanno i mezzi della gendarmeria (le loro armi, gli strumenti di polizia giudiziaria), ma per svolgere la loro azione dipendono dalle forze armate”, conferma il viceprocuratore incaricato dei casi penali militari presso il tribunale di Parigi, Sandrine Guillon. “E se c’è bisogno di usare i mezzi militari per la missione militare, è ovvio che quest’ultima passerà sempre prima dell’inchiesta prevostale”.

Secondo il magistrato la smobilitazione progressiva dei mezzi usati nella missione Sangaris è stata la causa della lentezza del lavoro degli investigatori. Dopo che l’operazione è terminata alla fine di ottobre del 2016, ci si può chiedere se gli elicotteri continueranno ancora a decollare per Boda.

Alla fine di ottobre del 2016 la denuncia presentata dalla ragazza di Boda è arrivata nell’ufficio del procuratore di Parigi, dove si trova già un’altra decina di denunce per stupri e altri reati sessuali che sarebbero stati commessi da soldati dell’operazione Sangaris. Dall’aprile del 2015 e dopo le rivelazioni del quotidiano britannico The Guardian su un rapporto interno dell’Onu in cui si denunciavano le violenze sessuali su quattro minorenni (sotto forma di rapporti orali in cambio di denaro o di cibo), l’elenco delle accuse contro i soldati francesi si è allungata. Ufficialmente la procura di Parigi, incaricata delle indagini, non vuole “pronunciarsi” sul numero, preferendo “ragionare in termini di inchieste chiuse”.

Il campo profughi di Mpoko, a Bangui. - Damien Roudeau

 
                                                                                                             Il campo profughi di Mpoko, a Bangui. (Damien Roudeau)

Dopo una prima serie di accuse da parte delle minori del campo profughi di Mpoko, a Bangui, la giustizia ha preso conoscenza nel 2016 di un rapporto dell’Unicef che parla di un centinaio di violenze che sarebbero state compiute nella regione di Dékoa, nel centro del paese. Il rapporto accusa soprattutto i soldati dei contingenti del Burundi e del Gabon, ma cita a margine anche le forze francesi. Bisogna poi aggiungere le testimonianze raccolte dagli inquirenti centrafricani, che hanno identificato e ascoltato una decina di vittime del campo di Mpoko (non tutti i casi coinvolgono militari francesi), come riferisce il tenente Kossi che all’epoca dirigeva la sezione di ricerca e indagine della gendarmeria centrafricana, incontrato il 18 ottobre a Bangui. Infine, più di recente, un’associazione centrafricana ha presentato una denuncia per uno stupro collettivo che sarebbe stato compiuto da soldati della missione Sangaris vicino al ponte Jackson, a Bangui.

La punta dell’iceberg
Medici senza frontiere (Msf) ha inoltre affermato, certificati medici alla mano, di aver segnalato alla giustizia francese altri tre casi di violenze sessuali su minori – un fratello e una sorella di 7 e 9 anni, e una bambina di 13 anni. I casi e i certificati presentati dall’ong confermerebbero tracce di violenza sessuale oltre a segni di corde su una delle vittime.

Il ministero della difesa sembra ammettere che alcuni stupri o abusi sessuali siano stati effettivamente commessi da soldati francesi nella Repubblica Centrafricana. Contattato per email il 20 dicembre 2016, il ministero ricorda che per quanto riguarda questo tipo di casi “ogni volta che i fatti venivano verificati e gli autori identificati”, i “militari chiamati in causa” sono stati “allontanati dal teatro” dell’azione e hanno subito delle “sanzioni disciplinari che possono arrivare fino al congedo dal servizio o alla risoluzione del contratto”. Alla richiesta di precisare il numero di casi verificati, il ministero non ha dato risposta.

I casi arrivati sulla scrivania del procuratore a Parigi sono solo la punta dell’iceberg? Secondo i documenti e le storie raccolte nella Repubblica Centrafricana e in Francia presso dei militari che hanno partecipato all’operazione, diversi soldati francesi hanno in effetti contrattato delle prestazioni sessuali con civili sia maggiorenni che minorenni. Fatti che i giudici francesi potrebbero un giorno definire violenze su minori o reati sessuali di chi abusa dell’autorità della sua funzione. Di fatto questa “prostituzione di sopravvivenza” sarebbe stata tollerata dal comando militare a Bangui, anche dopo l’arrivo della prima serie di denunce (quelle dei minori di Mpoko) al ministero della difesa nel luglio del 2014. Gli alti ufficiali erano quindi stati avvertiti della condotta a rischio dei loro subordinati.

Il 3 agosto 2014, otto mesi dopo l’inizio dell’operazione, diversi ufficiali e sottoufficiali francesi presenti a Bangui avevano segnalato con rapporti scritti al generale L. dell’Ispezione generale delle forze armate, i problemi relativi all’accampamento Sangaris, che si trovava vicino al campo profughi di Mpoko. In questi documenti interni dell’esercito, intitolati Resoconti riguardanti la protezione della forza, che abbiamo potuto consultare, alcuni sottufficiali e un ufficiale superiore – un colonnello – avevano avvertito i loro superiori.

Questi militari parlavano dell’accampamento francese come di una “vera e propria groviera”, nel quale era difficile evitare “i furti e le intrusioni”. Inoltre un caporalmaggiore aveva chiesto che l’ingresso dell’aeroporto fosse rafforzato con filo spinato perché “le persone possono entrarvi senza essere prima controllate al checkpoint, così da rendere il lavoro delle forze armate praticamente inutile”. E aggiungeva: “Il campo profughi (adiacente all’accampamento militare) dovrebbe essere più controllato perché suscita numerosi problemi, in particolare la richiesta di razioni alimentari ai soldati da parte degli stessi profughi. Inoltre facilita l’infiltrazione (sic) di una rete di prostituzione molto attiva durante la notte”.

Un colonnello aggiungeva: “Questa vicinanza con i locali favorisce lo sviluppo di proposte riguardanti alcol, droghe, prostituzione”. Un sergente chiedeva insistentemente di “aumentare la prevenzione per quanto riguarda la prostituzione che potrebbe essere usata contro l’immagine della forza”. E, tra le altre cose, evocava “l’uso di bambini per disturbare il lavoro delle sentinelle e delle pattuglie”. Un altro sottufficiale segnalava infine che i militari avevano “problemi di prostituzione con il calare della notte all’entrata dei checkpoint e dell’Apod (Air point of debarquement)”. Quali misure sono state prese dal comando dell’operazione in seguito a queste segnalazioni? Contattato, il ministero della difesa francese non ha risposto ma ha sostenuto che “la Francia mette in opera una politica rigorosa di ‘tolleranza zero’ in materia di sfruttamento e abusi sessuali”.

Jules si è confrontato più di una volta con questa prostituzione di sussistenza accompagnata dall’abuso di autorità

A riprova della tesi di un campo poco controllato, una fonte vicina al caso afferma che “fra i documenti declassificati (classificati come segreto militare durante l’indagine giudiziaria) figura un rapporto non manoscritto che parla degli stessi problemi”, cioè della porosità del campo e della prostituzione. Jules (nome di fantasia), un ufficiale che è rimasto undici mesi nella Repubblica Centrafricana, dal 2013 al 2014, si è confrontato più di una volta con questa prostituzione di sussistenza accompagnata dall’abuso di autorità. Una prima volta, ricorda il militare, un soldato di guardia che non apparteneva alla sua unità era stato colto sul fatto dal suo superiore mentre “si faceva fare un pompino attraverso la recinzione” del campo francese a Bangui – l’ufficiale non ha precisato se si trattava di una minorenne o di una maggiorenne. Un’altra volta uno dei suoi commilitoni, che era andato con un prostituta, ha dovuto essere rimpatriato per ragioni mediche (probabilmente per la somministrazione di antiretrovirali), a causa della rottura del preservativo.

In un’altra occasione l’ufficiale sarebbe stato avvertito che una madre di famiglia avrebbe venduto le prestazioni sessuali di sua figlia a diversi soldati. “Si trattava di un’unità di combattimento, ragazzini che avevano al massimo fra i 18 e i 25 anni”. Jules aveva chiesto conferma al loro responsabile: “Era molto arrabbiato. Mi ha risposto: ‘Cazzo! Sono degli stronzi! Non so dove ma, sì, è successo’”. Questo caso, tuttavia, non è mai arrivato alla procura di Parigi.

Nello stesso periodo, fra l’aprile e il novembre del 2014, una commissione d’inchiesta internazionale sulla Repubblica Centrafricana è stata incaricata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu di indagare sulle violazioni dei diritti umani nel paese. Questa commissione ha ricevuto “diverse testimonianze di violenze e di abusi sessuali da parte di vittime e di ong attribuite ai caschi blu della Minusca, i caschi blu africani della Misca e i militari di Sangaris”, ricorda uno dei tre investigatori della commissione, l’avvocata mauritana Fatimata M’Baye, che ha accettato di rispondere alle nostre domande. “In effetti ci hanno detto che alcuni soldati della Sangaris avevano rapporti con minori, con delle ragazze minorenni”.

La strada tra Bangui e Boda. - Damien Roudeau

 
La strada tra Bangui e Boda. (Damien Roudeau)

In “diverse occasioni” gli investigatori si sono recati al quartier generale di Sangaris per “parlare con il comando”: “Dovevamo sapere in particolare quale unità si trovasse in un determinato posto ma ci siamo scontrati con una sorta di ostruzionismo. Si trattava di una questione delicata e non hanno voluto parlarne con noi. Abbiamo capito che non era la prima volta che queste accuse erano rivolte a questi soldati”.

In mancanza di risposte e per evitare un rapporto di condanna, la commissione si è quindi concentrata sulle altre forze messe sotto accusa. Nel documento pubblicato il 6 dicembre 2014 – cinque mesi prima delle rivelazioni del Guardian – la commissione ha comunque inserito questa frase: “La Commissione ha ricevuto delle dichiarazioni su violazioni (dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario) compiute dalle forze della Misca, della Minusca e di Sangaris”. Ma affermava di avere “risorse limitate” per giustificare l’assenza di inchiesta sulle accuse che riguardavano in particolare i francesi.

Invitato a confermare lo svolgimento di questi incontri con gli esperti delle Nazioni Unite e a spiegare le ragioni di questo “ostruzionismo” descritto dall’avvocata mauritana, il ministero della difesa non ha risposto.

Chissà, forse il comando di Sangaris voleva riservare le sue dichiarazioni all’autorità prevostale? Tuttavia sulla base del rapporto dell’inchiesta dei gendarmi francesi del 5 maggio del 2015, che abbiamo potuto consultare, è lecito dubitarne. Infatti, sentiti fra il 2 e il 9 agosto del 2014, due ufficiali francesi – uno distaccato presso le forze europee Eufor, l’altro presso il 152° reggimento di Colmar – si dichiaravano “stupefatti dalle accuse” di violenza sessuale: “A causa della prossimità fisica dei loro uomini, fatti di questo genere avrebbero potuto difficilmente essere realizzati nella discrezione e avrebbero necessitato di conseguenza della complicità di diverse persone”.

Dichiarazioni quanto meno sorprendenti, quando si sa che nello stesso momento, il 3 agosto, alcuni loro subordinati facevano arrivare all’Ispezione generale delle forze armate a Parigi i loro rapporti in cui avvertivano della permeabilità dell’accampamento, della presenza di una consistente attività di prostituzione e della presenza di bambini attorno ai posti di guarda e di pattuglia. Una serie di documenti scritti dai sottufficiali sotto il loro comando e di cui difficilmente avrebbero potuto ignorare l’esistenza e il contenuto.

Le risposte degli ufficiali superiori di Sangaris hanno comunque avuto l’effetto previsto. Nel rapporto finale della loro inchiesta, i prevosti sono arrivati alla conclusione che “sul ‘terreno’ non c’era abbastanza intimità per permettere degli atti sessuali”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Questa inchiesta fa parte di una serie in sei parti del progetto Zero Impunity, che documenta e denuncia l’impunità di cui godono i responsabili di violenze sessuali in contesti di guerra. Il progetto è a cura di Nicolas Blies, Stéphane Hueber-Blies e Marion Guth (a_Bahn), un gruppo di “documentaristi attivisti” che attraverso il loro sito promuovono anche una mobilitazione online per chiedere alle autorità di dotarsi degli strumenti necessari a combattere questo fenomeno e a perseguire i colpevoli

 
La strage di Aleppo bombardata

Saviano: il ritratto di un anno in 16 foto

Saviano: il ritratto di un anno in 16 foto 

Saviano: il ritratto di un anno in 16 foto. L’odissea dei profughi e le speranze di Cuba, la corsa alla Casa Bianca e le proteste degli afroamericani, il terremoto e gli attentati dell’Isis, la Brexit e la repressione di Erdogan: l’autore di Gomorra ha scelto e commentato sedici immagini simbolo che raccontano la storia del 2016

Turchia sud orientale

19 gennaio 2016. AFP PHOTO / ILYAS AKENGIN                                                                                 Siamo nella Turchia sudorientale, ai confini con l’Iraq

Gennaio – Siamo nella Turchia sudorientale, ai confini con l’Iraq: il 2016 si apre con l’offensiva dell’esercito di Erdogan contro il Pkk e le enclave curde del Paese. È il distretto di Silopi, uno dei piccoli centri colpiti dall’artiglieria e poi costretti al coprifuoco.

La famiglia Clinton lontani dalla delusione che verrà

8 febbraio, 2016.  REUTERS/Brian Snyder                                                                                                       La famiglia Clinton, lontani dalla delusione che verrà

Febbraio – Mancano ancora molti mesi al voto che stravolgerà l’America e il mondo: Trump non è ancora diventato il candidato alla Casa Bianca e Hillary sta ancora lottando con Sanders nelle primarie democratiche. Nulla lascia prevedere il terremoto che sta per arrivare. Saviano: il ritratto di un anno in 16 foto

Grecia confine macedone, un esodo biblico

14 marzo 2016. AFP PHOTO / DANIEL MIHAILESCU                                                                                                      Grecia confine macedone, un esodo biblico

Marzo – Vengono dal villaggio di Idomeni, in Grecia, cercano di attraversare il confine macedone, per raggiungere l’Europa centrale. Sono in gran parte siriani. Una donna ha gli occhi sbarrati, un’altra è in lacrime. Non hanno nulla, tranne i loro vestiti. È un’immagine biblica: quel piccolo fiume gonfio di fango è come il Mar Rosso.

Air Force One atterra a Cuba

20 Marzo 2016.   REUTERS/Alberto Reyes                                                                                                                                                  Air Force One atterra a Cuba

Marzo – L’Air Force One con a bordo Barack Obama sorvola i sobborghi de L’Avana prima di atterrare a Cuba. Il modernissimo e potente aereo presidenziale sembra sfiorare le macchine novecentesche che ancora, miracolosamente, i cubani riescono a far funzionare: due mondi distanti, e finora separati, finalmente si intercettano e stanno per incontrarsi.

Prince ci lascia, un'altra "stella" nel cielo

21 aprile 2016.  REUTERS/Lucy Nicholson                                                                                                       Prince e D. Bowie ci lasciano, altre 2 “stelle” nel cielo

Aprile – Prince appare come un Cristo del Mantegna, quasi fosse un’icona sacra, nell’immagine che questa ragazza dolente porta con sè alla veglia per celebrarlo a Los Angeles. La riproduzione ha una piccola corda: probabilmente la ragazza teneva la figura del suo idolo appesa in camera, o nel luogo di lavoro.

"Le lacrime non bastano a fermarti"

4 maggio 2016.  REUTERS/Aly Song                                                                                                                                                   “Le lacrime non bastano a fermarti”

Maggio – “Le lacrime non basteranno a fermarti, devi continuare il tuo esercizio”: è quello che sembra dire la mano dell’invisibile coach a questa bambina di Shanghai. Il gesto dell’allenatore non è una carezza, né una consolazione. La mano è tesa e rigida, leva via le lacrime dal volto della bimba come se esprimesse un ordine, un imperativo morale. Saviano: il ritratto di un anno in 16 foto

Pistorius al processo senza protesi

15 giugno 2016. REUTERS/Siphiwe Sibeko                                                                                                                                          Pistorius al processo senza protesi

Giugno – Pistorius si toglie le protesi nell’aula del tribunale di Pretoria che lo sta processando per la morte della fidanzata: è un gesto estremo, deciso d’accordo con il suo collegio di difesa. Gli avvocati sostengono che l’hanno fatto per ricostruire cosa accadde la notte dell’omicidio: il campione paralimpico era in casa senza le protesi.

Uccisa Jo Cox, contraria alla Brexit

16 giugno 2016. REUTERS/Phil Noble                                                                                                                                                   Uccisa Jo Cox, contraria alla Brexit

Giugno – Una scarpa elegante, nera, con il tacco: un agente della polizia scientifica la prende nel luogo dove Jo Cox è stata appena assassinata da un fanatico neonazista.
La parlamentare laburista inglese stava facendo campagna elettorale contro la Brexit.

la ragazza di Baton Rouge

9 luglio 2016.  REUTERS/Jonathan Bachman                                                                                                                                                       la ragazza di Baton Rouge

Luglio – C’è un intero mondo che parla in questa foto: da una parte una ragazza afroamericana, elegante, con le ballerine ai piedi e i capelli lisci, che esprime una serietà serena e forte di fronte alla polizia. Dall’altra gli agenti che sembrano indietreggiare, come se fossero spaventati da tanta calma impassibile, la calma che esprime solo chi sa di aver ragione. Ragione contro forza: è il motivo per cui la ragazza di Baton Rouge è diventata una delle immagini simbolo delle proteste Usa per le violenze della polizia contro gli afro-americani.

Nizza,  È il giorno dopo, sulla Promenade des Anglais

15 luglio 2016. REUTERS/Eric Gaillard                                                                                                             Nizza, È il giorno dopo, sulla Promenade des Anglais

Luglio – C’è un tricolore, c’è una bottiglia di champagne, c’è il mare, una città di vacanza che ha attraversato la tragedia: questa immagine sintetizza la Francia, e l’orrore che ha vissuto in una notte che doveva essere di festa. È il giorno dopo, sulla Promenade des Anglais un uomo è uscito in bicicletta, ma non può andare avanti, non ce la fa. Si ferma su una panchina, probabilmente piange, sopraffatto dal dolore. Non trova ragione — non può trovarla — per quello che è successo. Saviano: il ritratto di un anno in 16 foto

I golpisti turchi presi a calci

16 luglio 2016. Stringer/Getty Images                                                                                                                                                                   I golpisti turchi presi a calci

Luglio – È un’immagine impressionante, che ribalta tutte le foto sui militari finora viste. Di solito i golpisti sono militari violenti che picchiano e massacrano i civili: qui accade il contrario. Guardate gli uomini sul fondo che armati di cinghie colpiscono i poveri soldatini in divisa che non provano neanche a reagire. Sono giovanissimi, inermi, impauriti.

L'emblema del terremoto in Italia

24 agosto 2016.  ANSA/ MASSIMO PERCOSSI                                                                                                                                   L’emblema del terremoto in Italia

Agosto – Questo scatto ha fatto il giro del mondo, per i media stranieri è stato il simbolo del terremoto che ha devastato il nostro Paese. L’hanno pubblicato tutti e a più riprese. Perché è Italia: una suora, giovane, ferita,con un cellulare di vecchia generazione in mano, con semplici sandali ai piedi.

La strage di Aleppo bombardata

11 settembre 2016. AFP PHOTO / AMEER ALHALBI                                                                                                                             La strage di Aleppo bombardata

Settembre – Senza perdere la tenerezza: nella tragedia della guerra, nel dolore di Aleppo devastata dai bombardamenti, due uomini portano in salvo alcuni bambini appena nati. Sembrano padri, e forse lo sono: certo ricordano i papà che, per la prima volta, prendono in braccio al nido i figli neonati. Lo fanno con cura, delicatezza, quasi con la paura di far loro del male. Saviano: il ritratto di un anno in 16 foto

Come le Pantere Nere del '68

2 ottobre 2016. AP Photo/Marcio Jose Sanchez                                                                                                                                       Come le Pantere Nere del ’68

Ottobre – Il giocatore di football americano Colin Kaepernick, si inginocchia mentre viene suonato l’inno nazionale americano, nella stadio di Santa Clara, in California. Lo affiancano i compagni di squadra Eli Harold (a sinistra) e Eric Reid (a destra). È la protesta contro le violenze della polizia sulla popolazione afroamericana, che evoca i pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del ’68 in Messico in nome del Black Power.

Obama e Trump: Il giorno che non ti aspetti.

10 novembre 2016. AP Photo/Pablo Martinez Monsivais                                                                                          Obama e Trump: Il giorno che non ti aspetti.

Novembre – Donald Trump nonostante tutto e tutti ha conquistato la Casa Bianca e Obama lo deve accogliere e riconoscerne, simbolicamente, la vittoria. Questa foto rappresenta il trionfo della democrazia perché due grandi rivali — anzi nemici — politici devono stringersi la mano. Ma il senso profondo di questa immagine è tutta racchiusa nel volto del presidente Usa: che esprime una distanza siderale dall’uomo che gli siede di fronte. Esprime sconcerto, sconforto, una sorta di disgusto: questa smorfia resterà il giudizio più forte, più di qualsiasi discorso, sulle elezioni americane.

"Noi moriamo ad Aleppo, tu muori qui"

19 dicembre 2016. AP Photo/Burhan Ozbilici                                                                                                                      “Noi moriamo ad Aleppo, tu muori qui”

Dicembre – Sembra una scena ripresa da un film di Tarantino, un attore preso di peso dal set delle Iene. È il primo terrorista islamico in giacca e cravatta. In realtà Mevlut Mert Altintas, il ventiduenne che ha ucciso l’ambasciatore russo in Turchia, aveva scelto con cura il suo abbigliamento: è un abito-divisa. Era un poliziotto che lavorava nelle scorte: sapeva benissimo che indossare un abito nero, una cravatta scura e la camicia bianca, lo avrebbe reso quasi invisibile. Con la sua tremenda frase: “Noi moriamo ad Aleppo, tu muori qui”