Le mille facce di Trump, ma quella vera è sconosciuta.

Chi lo odia, chi lo ama, chi dice che è razzista, chi pericoloso, chi che è solo una facciata, chi guerrafondaio, chi penserà solo agli USA, chi farà leggi autarchiche, chi ….., chi……., chi…… Le mille facce di Trump, ma quella vera è sconosciuta, la conoscerà almeno lui? o non lo ha ancora capito cosa vuole fare da grande.

PER ORA HA ROTTO LE SCATOLE A MEZZO MONDO, con iniziative follie e rivoluzionarie (anche qui non possiamo ancora essere sicuri se folli o rivoluzionarie).

Una cosa è certa, sta dicendo quello che pensa CHIARAMENTE agli altri che governano il mondo, e dire la verità (nella maggior parte dei casi) alla politica non piace sentirsela dire.

Cominciamo dall’ultimo caso: TRUMP vs. MERKEL

La voce, questa volta, è quella di Peter Navarro, numero uno del consiglio nazionale per gli scambi commerciali della Casa Bianca. Berlino sta usando un euro “esageratamente sottovalutato” per “approfittarsi” degli Stati Uniti e dei suoi partner europei, afferma Navarro in un’intervista al Financial Times. Quindi definisce la Germania come uno dei maggiori ostacoli all’accordo commerciale fra gli Stati Uniti e l’Europa e dichiara morto, come Trump sostiene da tempo, il Ttip. A stretto giro arriva la risposta di Berlino. “La Germania è un paese che ha sempre incoraggiato la Bce a fare una politica indipendente, così come ha fatto la Bundesbank quando ancora non c’era l’euro e per questo non influenzeremo in alcun modo il comportamento della Bce”, replica in prima persona Angela Merkel. “Perciò non posso e non voglio cambiare proprio nulla della situazione così come è”, aggiunge la cancelliera che ieri aveva criticato duramente il provvedimento sull’immigrazione. 

TRUMP vs. REGINA d’INGHILTERRA

La visita di Trump nel Regno Unito rischia di diventare un vero e proprio caso. Non basta il milione e mezzo di firme raccolte a Londra. Contro l’arrivo del tycoon, invitato in Inghilterra dalla premier Theresa May, ci si mette anche la Corona. Stando ai media inglesi, il neo presidente degli Stati Uniti è presenza ingombrante nientemeno che per la Regina Elisabetta II.

Fonti di Buckingham Palace parlano di non lievi “ostacoli di protocollo e di sostanza”, legati al fatto che Trump pretenderebbe di scegliersi gli interlocutori. Pare infatti che il magnate americano non voglia avere a che fare con il principe Carlo, ‘colpevole’ di tenere posizioni troppo ambientaliste. 

Elisabetta II non l’ha presa bene, dice il bene informato ‘Times’ che oggi riporta sulle sue pagine il disappunto della Regina raccontato da Peter Ricketts, ex segretario generale del Foreign Office: May l’avrebbe messa “in una situazione molto difficile“, con quell’invito imprudente per il prossimo giugno e sarebbe meglio che corresse ai ripari, se non cancellando la “visita di Stato“, almeno declassandondola a “visita ufficiale“. Etichette diverse, ma cosa cambia nella sostanza? Nel primo caso, sua Altezza Reale avrebbe l’obbligo di incontrare l’ospite. Nel secondo, potrebbe farne a meno. 

LA BIRRA CORONA vs. TRUMP

“Let’s make America great again?”,  l’azienda MESSICANA produttrice della celebre birra Corona ha risposto allo slogan usato in campagna elettorale da Donald Trump, poi eletto. “Rendiamo di nuovo grande l’America!”. Cioè con il punto esclamativo, che non è andato giù ai messicani. La risposta al magnate con uno spot che celebra l’unità dei popoli americani, in appena sei giorni, solo sul canale ufficiale YouTube, ha collezionato oltre 6 milioni di visualizzazioni. 

La voce fuori campo che recita: “L’America è la terra delle opportunità, la terra con più di mille milioni di abitanti. America selvaggia, America multiculturale, America unita”. E mentre scorrono le immagini del continente, con le sue bellezze culturali e naturalistiche, la voce continua: “Basta usare il nostro nome per generare divisioni! Siamo la terra del mix culturale, siamo orgogliosi dei nostri colori, siamo il continente che tocca i due poli, siamo l’ombelico del mondo e anche i suoi polmoni. Abbiamo mani che resistono agli sforzi e piedi che fanno del calcio il ballo più bello di tutti. Siamo un continente che ruggisce, siamo il più grande contenitore di coppe, siamo sangue caldo con gusti piccanti. Siamo poesia, arte e musica, siamo i migliori inni cantati, siamo rivoluzione costante, celebrazione innegabile, siamo passione, siamo tutti, siamo 35 Stati uniti. E oggi ci vestiamo con un un solo stemma”. 

Lo spot chiude con un chiaro riferimento allo slogan del nuovo presidente Usa: “Siamo tutti americani ed è per questo che l’America è sempre stata grande”.  QUALE MIGLIORE OCCASIONE PER LA BIRRA DI FARSI PUBBLICITA’ GRATIS MONDIALE (della serie: “Anche chi fa le pulci agli altri, lui ne è pieno)

                                                                                                 

TRUMP vs. MESSICO

Il ministro degli Esteri messicano Videgaray esclude che il suo Paese possa accettare una trattativa sui costi delle nuove barriere alla frontiera. Il vertice Trump-Peña Nieto si farà, almeno per ora. E’ il risultato di una lunga telefonata tra i due presidenti nelle giornate roventi dello scontro sul muro che Trump vorrebbe costruire al confine per frenare l’immigrazione messicana e che è diventato un caso che non coinvolge più solo Washington e Città del Messico, ma richiama l’attenzione anche del Vaticano. CONTRORDINE, Le ultime mosse del presidente Usa, e la cancellazione del summit con il presidente messicano, hanno scatenato in Messico una campagna antiamericana. Sui social si invita al boicottaggio dei prodotti delle multinazionali statunitensi, da Starbucks alla Coca cola fino ai McDonald’s. Mentre su Instagram c’è un nuovo hastag che promuove l’orgoglio messicano #AmorAMéxico dove vengono postate foto che esprimono amor proprio e dignità del Paese. 

Un pezzo del muro già esistente

Un pezzo del muro già esistente

Per giustificare questo progetto molto controverso, Trump ha spesso detto che anche la sua avversaria alle elezioni presidenziali, Hillary Clinton, in passato era stata favorevole alla costruzione di un muro al confine con il Messico. Molti altri, anche in Italia, sostengono che il muro che già oggi, in alcuni tratti, divide Messico e Stati Uniti è stato costruito dal marito di Hillary Clinton, Bill. Tra gli altri lo ha detto anche Alessandro Di Battista, deputato e dirigente del Movimento 5 Stelle.

RICORDIAMOCI CHE TRA MESSICO E USA ESISTONO MIGLIAIA DI KM DI SUPER RECINZIONE che non hanno nulla da invidiare ad un muro

Quella che Clinton definì la “barriera umana” di agenti e le piccole barriere costruite in corrispondenza di punti strategici ottennero alcuni successi, ma furono molto criticate poiché, spingendo migranti e trafficanti verso il deserto, resero i loro viaggi molto più pericolosi. A partire dal 1994 il numero di persone morte mentre cercavano di attraversare il confine iniziò a salire, passando dai meno di 200 del 1993 ai quasi 400 del 2000. Dagli anni Novanta a oggi si calcola che 11 mila persone in tutto sono morte cercando di entrare negli Stati Uniti.

Difficilmente le operazioni di polizia e le barriere in corrispondenza delle aree urbane di Clinton possono essere definite antesignane del muro – un vero muro, descritto come “alto e invalicabile” – che Trump vuole costruire lungo i 3.200 chilometri di confine tra i due paesi. Un discorso diverso va fatto invece per la barriera lunga circa 1.100 chilometri che sorge oggi al confine tra i due paesi. La costruzione di questa barriera è iniziata in seguito a un ordine diretto del presidente Geroge W. Bush, che nel 2006 fece approvare il “Secure Fence Act”. La barriera oggi occupa circa un terzo del confine tra Messico e Stati Uniti ed è composta da un sistema misto di barriere anti-pedoni e barriere anti-veicoli. Soltanto in alcuni brevi tratti la barriera è doppia. È costata 1,2 miliardi di dollari e i lavori si sono fermati prima di arrivare al raddoppio dell’intero tratto, quando il Congresso ha rifiutato di finanziare ulteriormente il progetto.

Il “Secure Fence Act” fu votato, tra gli altri, dagli allora senatori Hillary Clinton e Barack Obama. La loro posizione non deve sorprendere troppo: come dimostrano le scelte fatte da Clinton nel 1994-95, anche i Democratici sono spesso favorevoli a misure per cercare di dissuadere o bloccare l’immigrazione illegale nel paese. I due partiti sono divisi soprattutto su come trattare gli immigrati una volta entrati nel paese, come dimostra la riforma del 2013 (approvata dal Senato, ma bloccata dalla Camera), in cui in cambio di maggiori controlli al confine, i Repubblicani avevano accettato un’ampia sanatoria per gli immigrati clandestini. 

TRUMP vs. CINA

Il confronto che l’amministrazione di Donald Trump vuole imporre alla Cina sarà economico ma anche militare e in particolare navale e con ogni probabilità porterà a un riarmo senza precedenti da dopo la fine della Guerra Fredda tra Washington e Mosca.
Uno degli aspetti meno rilevati dai media del programma elettorale di Trump riguarda il potenziamento militare degli Stati Uniti, paragonabile per i numeri e i costi solo a quello varato da Ronald Reagan negli anni ’90 e che portò alla corsa al riarmo con l’URSS conclusosi con il crollo sovietico.

Il programma prevede 60 mila soldati in più nell’Esercito, 12 mila nei Marines, 100 aeroplani da combattimento aggiuntivi e 80 navi da guerra per riportare l’US Navy dalle attuali 274 unità di prima linea a 355, comunque lontano dal picco di 594 unità raggiunto nel 1987 in piena “Era Reagan” quando vennero rimesse in servizio e rimodernate persino vecchie corazzate della Seconda Guerra mondiale.

Il programma di Trump è stato colto al balzo dal Pentagono ancora prima dell’insediamento del nuovo presidente come dimostra la richiesta del Dipartimento della Difesa al Congresso di stanziare fondi straordinari per 509 miliardi di dollari (pari quasi a un bilancio annuale della difesa USA) in 30 anni valutati necessari a costruire almeno una cinquantina dell’ottantina di navi da combattimento ritenute necessarie tra portaerei classe Ford, 36 incrociatori e cacciatorpediniere e 18 sottomarini d’attacco a propulsione nucleare più navi da trasporto e da assalto anfibio.

L’obiettivo è far fronte alla crescente potenza navale cinese che secondo alcune valutazioni potrebbe diventare nel 2020 la più grande del mondo per numero di navi.
Un programma ambizioso in cui Trump ha fatto subito capire che non intende cedere alle pressioni delle grandi aziende del settore militare alle quali ha subito imposto una riduzione dei costi per i nuovi armamenti in lista per l’acquisizione.
Prima ancora di insediarsi alla Casa Bianca Trump ha strigliato Boeing per i costi, ritenuti eccessivi, dei nuovi velivoli presidenziali Air Force One in programma minacciando di tagliarne l’acquisizione.